Ezio: la Comunità è il luogo in cui i ragazzi possono sperimentare un viaggio verso l'autonomia.

Ezio: la Comunità è il luogo in cui i ragazzi possono sperimentare un viaggio verso l'autonomia.

"Quando mi accorsi che le persone con cui trascorrevo i pomeriggi, gli educatori e il contesto potevano fare al caso mio, capii che poteva avere un senso per me trasformare quelle piacevoli domeniche pomeriggio, in un vero e proprio lavoro."

In viaggio verso il "momento giusto"

Luca al telefono mi ha detto che se riesco ad arrivare al nostro incontro puntuale, c’è anche modo che riesca a bermi un caffè con i ragazzi. Dieci minuti d’auto dovrebbero essere sufficienti per percorrere le curve che portano quasi al Colle Gallo. Ma sono abituata ai miei calcoli spannometrici, mi metto al volante consapevole che al mio arrivo qualcuno starà già sorseggiando il secondo caffè. Un gennaio mite, con giornate a tratti tiepide e soleggiate, disegna fuori dal finestrino alberi verdi, gialli, arancio, mentre mi insinuo nella Val del Lujo. “Casale è quando si apre una piccola valletta verde”, mi dico. Prendo la prima stradina a sinistra, ma già da lontano, con la coda dell’occhio intravedo la grande casa che ospita la Comunità per ragazzi con disabilità Kairos. E appiccico simbolicamente un post-it nella mia mente che mi ricordi di porre una domanda curiosa seppur banale: perchè Kairos? Immagino che il nome non sia stato scelto a caso, al contrario sono abbastanza certa che sia frutto di una riflessione fatta in un momento opportuno, proprio come suggerisce la parola stessa. Svolto ancora una volta a sinistra, la strada scende leggermente in discesa, una donna a passeggio si fa sottile per farmi passare e mi saluta; mi avvicino, quatta quatta, al parcheggio che sta di fronte alla Comunità. Qualcuno deve aver spento la radio, perchè attorno si ode solo un inaspettato silenzio. Un ragazzo biondo, con una sigaretta in bocca, una felpa enorme e coloratissima sopra jeans stracciati mi guida verso uno spazio libero. Arranco nello scendere, consapevole del ritardo e appesantita dalle mille cianfrusaglie che mi porto appresso: pc, cavi, quaderno, borsa, borsettina, thermos di the caldo, bottiglia d’acqua...si sa mai che abbiano finito le bevande in Comunità! E’ impossibile non far caso alla quiete, rallegrata dal vociferare che viene da dietro le porte a vetri. Occhi, orecchie e naso mi ringraziano di averli portati lì, a godere di un bel paesaggio, a respirare aria fresca. Mi viene incontro Luca, Responsabile delle tre Comunità gestite dalla Cooperativa sociale la Chimera, per darmi il benvenuto, mentre si accende una sigaretta, quasi a dirmi: non ti preoccupare per il ritardo, qui il tempo prende forme diverse. Gli sorrido di un sorriso grato. I ragazzi mi si avvicinano, uno o più alla volta, anche loro per darmi il benvenuto, ciascuno a modo proprio. Chi offrendomi un caffè, tassativamente della moka, fumante da una colorata tazzina di ceramica ( e penso che il pomeriggio può solo che volgere al meglio…); chi mi chiede se sono “la nuova educatrice”, chi sorridendo mi stringe la mano e mi chiede il nome. Hanno tutti occhi vivaci, anche chi mi osserva da dietro gli occhiali, seduto al tavolo, mentre sfoglia con gesti lenti le pagine del nostro quotidiano bergamasco. Percepisco che gli educatori sono impegnati in una riunione di “emergenza”, li intravedo da dietro una vetrata, raccolti, mentre discutono coinvolti. Luca mi presenta Ezio, che mi stringe una mano, mentre nell’altra tiene quella di Cristina, che ci farà compagnia per tutta la durata dell’intervista. Saliamo insieme le scale che portano all’ultimo piano della Comunità; gli spazi sono molto ampi e luminosi, ogni piano ha un lungo e largo corridoio, sul quale da un lato si affacciano le camere, mentre dall’altro ampie vetrate aprono ad altrettanto ampie terrazze. Ci accomodiamo ad un Tavolo: io, Ezio e Cristina.


Ciao Ezio, che cosa ti ha spinto a scegliere di lavorare in una Comunità per ragazzi con disabilità?

Diciamo che il mio percorso per arrivare qui è stato abbastanza inusuale; a 42 anni mi sono ritrovato senza lavoro, dopo essere stato impiegato per più di 20 anni in aziende che producevano bottoni, nella zona della Val cavallina. Un conoscente mi ha parlato della cooperativa sociale Chimera e dell'opportunità di poter lavorare a contatto con persone con disabilità. La mia formazione era assai differente, e anche a livello lavorativo non avevo mai avuto esperienze in questo ambito. Tuttavia, la proposta mi incuriosiva; così mi sono presentato al presidente della cooperativa sociale, il quale mi ha proposto un avvicinamento graduale al lavoro in comunità. 

Immagine Intervista

"Ciò che i ragazzi sperimentano in comunità, è un viaggio verso l'autonomia; autonomia che si declina in modo enormemente diverso per ciascuno di loro.”

Che cosa intendi per avvicinamento graduale?

Ho iniziato prendendo parte alle attività domenicali, come volontario: passeggiate all'aria aperta, gite organizzate, merende in paese. Le comunità sono molto radicate sul territorio, mi riferisco alle quattro coordinate dalla cooperativa Chimera: Perani, Kairos,  e Deinos in Val del Lujo e Carocarlo a Bergamo. Quando mi accorsi che le persone con cui trascorrevo i pomeriggi, gli educatori e il contesto potevano fare al caso mio, capii che poteva avere un senso per me trasformare quelle piacevoli domeniche pomeriggio, in un vero e proprio lavoro. A dire il vero, in passato, avevo avuto alcune esperienze a contatto con persone che stavano vivendo storie di vita personale faticose.

 

Che tipo di esperienze?

Conosci l'Opera Bonomelli a Bergamo? E' conosciuta anche come albergo popolare; iniziai a frequentarla come volontario in quella particolare realtà, circa 40 anni fa. E' stata un'esperienza molto significativa, sia per le persone che ho incontrato, sia perchè ho avuto modo di approcciare per la prima volta il concetto programmazione colletiva educativa.

Nel tempo non hai sentito l'esigenza di specializzarti?

Sì, ed è quello che ho fatto, seguendo un corso che mi ha permesso di acquisire la qualifica di Operatore Socio Sanitario. Nonostante la formazione specifica, che sicuramente mi ha fornito una base di conoscenze e competenze di cui non ero in possesso, ho cercato comunque di non dimenticare mai "quello sguardo da volontario". Provo a spiegarmi meglio: il volontario si fa portare all'interno della Comunità, di uno sguardo che viene da fuori, dall'esterno, diverso da quello dell'operatore e quindi, inevitabilmente, portatore di ricchezza. Credo che la presenza dei volontari sia un valore aggiunto anche in questo senso.

La cooperativa sociale Chimera gestisce tre differenti Comunità per persone con disabilità sul territorio della Val Seriana; che cosa le differenzia le une dalle altre?

Per aiutarti a comprendere quella che sarà la mia risposta, credo che la tua domanda possa essere riformulata in questo modo: "cosa differenzia una casa da un'altra casa?"

Beh, le persone e le relazioni che si instaurano?

Esattamente: le Comunità sono come delle grandi case; e ogni casa si differenzia in base ai propri componenti, ai rapporti che si creano fra loro. Qui la casa è composta dalle persone che vivono la comunità, dagli educatori, dai responsabili e dai volontari; ma non dimentichiamoci delle famiglie con le quali gli ospiti mantengono duraturi rapporti nel tempo e dei servizi specialistici del territorio, con i quali ci interfacciamo periodicamente. E come ogni casa, così anche una comunità evolve nel tempo; all'inizio i ragazzi possono non andare d'accordo tra loro, ma poi con il passare del tempo, possono nascere profonde amicizie, legami; lo stesso vale per gli operatori.

 

Come funziona una Comunità?

Per ciascuna persona viene proposto, progettato, costruito, condiviso un percorso educativo personalizzato. Questo processo è totalmente innescato e gestito dall'Equipe, di cui fanno parte professionisti di natura differente;: educatori, personale socio sanitario, coordinatrice. l'Equipe ha un ruolo cardine all'interno di ogni Comunità. Le scelte fondamentali sono poi supervisionate dal Responsabile, che ha una veduta più ampia, in quanto coordina tutte e quattro le Comunità.

Qual è il rapporto con le famiglie dei ragazzi?

Negli anni ho imparato a comprendere che per alcuni genitori l'approdo ad una Comunità, a volte è vissuto con un senso di contrasto; anche nel caso in cui il figlio/a abbia necessità di essere affiancato e supportato nella maggior parte delle attività quotidiane, e i genitri non siano più giovani, oppure vivano condizioni di salute non ottimali. Anche in questo caso è grande la fatica a considerare la Comunità come un'opportunità per i figli di sviluppare autonomie utili per la loro vita, ora e in futuro. Ciò che i ragazzi sperimentano in comunità, è un viaggio verso l'autonomia; autonomia che si declina in modo enormemente diverso per ciascuno di loro; ognuno ha la propria storia.

Ci racconti un'attività che la Comunità propone, che vede il coinvolgimento dei ragazzi?

Posso raccontarti un'attività che è trasversale a tutte e quattro le Comunità, che, come avrai capito, sono in rete fra loro. Si tratta di un'attività di scrittura volta alla redazione del giornale Il Tambor per non perdere la Trebisonda, che per noi è la voce della Comunità portata fuori dalla Comunità, laddove il progetto educativo si trasforma in progetto sociale. 

E' un giornale originale, poichè non solo è scritto direttamente dalle persone che abitano la Comunità, ma è stata fatta una scelta di senso, per cui la redazione non apporta alcuna correzione ai testi da loro scritti (spesso corredati da disegni), se non di tipo ortografico. I contenuti mostrano il frutto del pernsiero delle persone coinvolte e, tra le righe, si legge tutto il mondo di sentimenti ed esperienze vissute quotidianamente, che attraverso la scrittura e il disegno riescono a trovare autentica espressione.

Grazie Ezio!