Giancarlo: per riuscire a dare reciprocamente un senso a quello che ci stiamo dicendo, entrambi dobbiamo astenerci dal giudicare l'altro.

Giancarlo: per riuscire a dare reciprocamente un senso a quello che ci stiamo dicendo, entrambi dobbiamo astenerci dal giudicare l'altro.

"Per riuscire a dare reciprocamente un senso a quello che ci stiamo dicendo, entrambi dobbiamo astenerci dal giudicare l'altro."

Ciao Giancarlo, ci racconti la tua storia? Quale percorso ti ha portato ad occuparti di integrazione culturale?

Ho iniziato ad occuparmi di integrazione culturale circa 30 anni fa, precisamente nel 1990 quando a Bergamo apriva il primo Centro di accoglienza (ricavato dalla riconversione di ex caserme, grazie alla collaborazione strategica e virtuosa tra Caritas e Comune di Bergamo) per persone di origine marocchina, neoregolarizzati su territorio italiano grazie alla legge Martelli, la seconda legge licenziata dal parlamento italiano a fine 1989, che aveva come fine quello di normare gli ingressi di persone provenienti da altri paesi, diverse delle quali già presenti in Italia.
Fui assunto dalla Caritas Diocesana di Bergamo come operatore dedicato alla prima accoglienza e al Centro di primo ascolto. Giovane venticinquenne, avevo da poco terminato un'esperienza di 20 mesi come obiettore di coscienza presso la Caritas, impiegato nell'area della disabilità.

Come mai accettasti l'offerta di lavoro alla Caritas? Da dove nasceva il tuo interesse a lavorare a contatto con persone arrivate da altri paesi?

Quando ero ragazzo, ho sempre frequentato l'oratorio del mio paese e partecipato ad iniziative di volontariato, che mi hanno permesso di restare in contatto con Caritas, organizzazione diocesana verso la quale nutro grande stima.
Quindi, da una parte c'era l'entusiasmo di entrare a far parte di un'organizzazione molto prestigiosa; dall'altra c'era una mia forte propensione e curiosità personali verso tutto ciò che era diverso culturalmente.
Curiosità alimentata da due grandi passioni che cominciavano ad entusiasmarmi in quel periodo: i viaggi e le danze popolari. Iniziai a prendere parte alle attività organizzate dalla compagnia per le tradizioni popolari gli Zanni di Ranica, vivendo entusiasmanti tournée con esibizioni anche all’estero, con lo scopo di conoscere e far conoscere aspetti diversi delle culture e delle tradizioni popolari. La partecipazione a queste attività mi ha permesso di viaggiare e di venire a contatto con usi e costumi nuovi e stimolanti.

Immagine Intervista

"Ho iniziato a sintonizzare le mie "antenne" sui significati che l'altro portava con sè, che nascevano dal suo vissuto, dalle sue esperienze, dalle persone che aveva incontrato e conosciuto, dalla sua cultura d'origine.”

Qual'era il tuo compito nelle vesti di operatore di accoglienza e primo ascolto?

ll mio compito era quello di accogliere le persone immigrate, raccogliendo la loro richiesta di aiuto e i loro bisogni, aiutandoli a trovare una risposta, una soluzione. Nel periodo di tempo in cui ho lavorato per Caritas, ho conseguito il titolo di Educatore professionale, che a quei tempi era possibile ottenere frequentando un percorso formativo serale, della durata di tre anni, presso ENAIP, equiparabile alla moderna laurea breve in Scienze dell'educazione.
Sempre in quel periodo, ho seguito un altro percorso formativo, denominato Progetto Odissea, che mi ha particolarmente entusiasmato dandomi nuova ispirazione; si trattava di un progetto europeo, finalizzato a formare figure che sarebbero state in grado, a loro volta, di educare una nuova generazione di operatori capaci di occuparsi di immigrazione e di integrazione interculturale.
E' grazie a questo progetto che sono venuto a conoscenza delle teorie e del metodo sull'approccio interculturale elaborato da Margalit Cohen-Emerique, psicosociologa nata in Algeria, trasferitasi da giovane in Israele e poi emigrata in Francia, colei che per prima ha elaborato la metodologia degli incidenti critici applicata agli shock culturali.

In cosa consiste?

Si tratta di un approccio in cui per riuscire nell’interazione tra due entità culturalmente distanti tra loro (nel mio caso da una parte l'operatore dedicato all'accoglienza, dall'altra la persona proveniente da un altro paese) che si danno mutualmente senso, in un contesto ogni volta da definire (definizione di intercultura cara a Margalit Cohen-Emerique), è necessario essere capaci di decentramento, di scoperta del quadro di riferimento culturale dell'altro e di negoziazione/mediazione.

Pare un concetto piuttosto difficile; potresti spiegarmelo con un esempio?

Prima di tutto è necessario fare una distinzione tra il concetto di multiculturalità e quello di interculturalità: il primo si riferisce alla compresenza di più e differenti culture; il secondo si riferisce ad un processo in cui le diverse culture entrano in relazione fra loro.
Ogni volta che entriamo in contatto e ci confrontiamo con l'altro (conosciuto o sconosciuto, non fa differenza), si produce in noi una reazione di spaesamento e rigetto o di ammirazione e attrazione.
L'altro porta con sè pensieri, punti di vista, riflessioni, atteggiamenti che possono "contrastare" con i propri, e generare così pregiudizi o atteggiamenti etnocentrici.
La psicosociologa invita ad utilizzare questi shock culturali come opportunità di riconoscimento di ciò che ostacola l’evolversi positivo e fruttuoso, per entrambi, dell’interazione in corso.
Per riuscire a dare reciprocamente un senso a quello che ci stiamo dicendo, entrambi dobbiamo astenerci dal giudicare l'altro in quanto il significato che io ho trovato non è meglio o peggio di quello che hai trovato tu; semplicemente per me, dal mio punto di vista, è l'unico che conta, che ha un "senso".
In questo modo sono riuscito a riconoscere il tuo quadro culturale di riferimento e a decentrarmi dal mio; ora siamo pronti entrambi per affrontare la delicata fase di negoziazione di un significato che possa essere condivisibile e rispondente alle aspettative di entrambi.

Ora mi è più chiaro; sembra essere un approccio molto utile ad orientarsi anche nelle relazioni di tutti i giorni.

Sì, esattamente. Io, per esempio, ho cercato di metterlo in pratica nel mio percorso con colei che oggi è mia moglie! Veniamo da due contesti d'origine differenti se pur geograficamente vicini: lei è nata e cresciuta in città, mentre io ho sempre vissuto un piccolo paese di provincia. Un buon campo di addestramento!

Che strada ha preso la tua carriera professionale, dopo questo corso?

Grazie a questa formazione ho potuto rendermi conto che ero necessariamente quel “bravo operatore” dell’ ascolto e dell’accoglienza che credevo di essere. Il mio approccio fino a quel momento era stato "operatore-centrico": avevo cercato di dare un senso a ciò che "l'altro-straniero" mi portava, partendo dal presupposto che l'unico significato legittimo fosse il mio. Le mie antenne non si erano mai sintonizzate sui significati che l'altro portava con sè, che nascevano dal suo vissuto, dalle sue esperienze, dalle persone che aveva incontrato e conosciuto, dalla sua cultura d'origine.
Avuta questa illuminazione, il mio impegno lavorativo presso i centri di accoglienza cominciava ad andarmi stretto, in quanto alimentavano la visione dell'altro sempre e solo come portatore di bisogni. Ho iniziato quindi ad interessarmi a tutto ciò che stava fuori dai centri di accoglienza e che poteva prevenirne l'ingresso, con l'obiettivo di occuparmi non più dell'accoglienza, bensì della promozione del bagaglio culturale dell'altro-straniero e dell’integrazione.
Ho iniziato a spendermi com libero professionista nel campo della formazione, attività che continuo a svolgere anche oggi. I destinatari dei miei interventi non sono più le persone immigrate, ma gli “autoctoni”.

Una visuale diversa o sbaglio?

Non sbagli; oggi, attraverso la formazione, il mio intento è quello di aiutare a conoscere meglio la propria identità, attraverso la promozione dell'identità culturalmente diversa dell'altro.

E funziona?

Sì funziona, se pensiamo per esempio, che quest'anno si celebra l'ottava edizione del Festival Tirafuorilalingua.
Nato inizialmente grazie ad un finanziamento ottenuto attraverso un bando della Fondazione Cariplo, oggi si sostiene grazie alla collaborazione tra istituzioni pubbliche (Ambito Valle Seriana e Sistema Bibliotecario Valle Seriana) e realtà del terzo settore (cooperativa Ruah, cooperativa Gherim, etc).
Volevamo trasmettere un'idea di immigrazione che fosse in controtendenza con quella maggiormente diffusa, che l'associava alla dimensione della problematicità.
Ci siamo quindi inventati un concorso con l'obiettivo di premiare le produzioni artistiche in grado di promuovere, valorizzare e celebrare la lingua madre e il bagaglio culturale di cui sentirsi fieramente “portatori sani”.
Le candidature arrivano letteralmente da tutto il mondo; una giuria si occupa di valutarle e selezionare le migliori.
Alla serata di premiazione, i partecipanti presentano al pubblico la loro performance, attraverso prove di canto, recitazione, cortometraggi, etc.
In questo modo tutte le culture, le tradizioni, a partire dalla lingua madre, sono equiparate e tutte portatrici di virtuosismi. Ecco qui il cambio di visuale: da immigrato portatore di problematiche e bisognoso di aiuto, a immigrato portatore virtuoso di lingue, usi, costumi, credenze, stili educativi, gusti, attraverso la cui conoscenza, imparo a conoscere meglio anche la mia cultura, nel mio caso, bergamasca.
Ogni anno invitiamo dei personaggi di spessore, che portano la loro esperienza "esemplare": quest'anno tocca al campione paralimpico Oney Tapia, medaglia d’argento nel lancio del disco sia a Rio 2016 che a Dubai 2019.
Ci auguriamo che il Festival possa proseguire, ogni anno con una nuova Edizione.

Quindi intercultura come incontro e scambio tra culture differenti, processo che porta valore e conoscenza. A proposito di conoscenza, sfatiamo alcuni miti?

Volentieri!
Gli immigrati hanno a cuore il bene dei loro figli come chiunque in questo paese.
Molti immigrati stanno richiedendo la cittadinanza italiana, segno che hanno deciso di investire e costruire il loro futuro in Italia. In Valle Seriana l'integrazione funziona: le statistiche ci dicono che solo il 7% del totale della popolazione che vive nei nostri territori è di origine straniera. Una piccolissima percentuale, che poteva non fare la differenza ma l'ha fatta; si è deciso di dare importanza ad ogni singolo individuo, perchè l'identità culturale che contraddistingue la Val Seriana, è molto aggregativa, da sempre abituata a costruire reti tra persone, servizi, aziende.
Si è deciso di investire, economicamente e ideologicamente, anche a fianco di chi ha posizioni politiche non favorevoli all'immigrazione.

Grazie Giancarlo!